Il Digital Product Passport visto dalle PMI: uno strumento interno prima che esterno

Pubblicato il

20 febbraio 2026

Collaboratori

Martina Sattanino

Content Writer

Nicoletta Fasani

Owner of brand Nicoletta Fasani

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Quando si parla di Digital Product Passport, il discorso si concentra quasi sempre su ciò che il cliente finale potrà vedere: più informazioni, più trasparenza, più fiducia. È una lettura corretta, ma parziale. Soprattutto se osservata dal punto di vista di una piccola o media impresa.

"Per una PMI, il vero impatto del Digital Product Passport non è immediatamente esterno. È interno. Riguarda prima di tutto il modo di organizzare dati e fare chiarezza sulla propria filiera di produzione, anche quando questa è piccola. -Nicoletta Fasani

Il problema che molte PMI non nominano

"Non è stato facile racchiudere in un qr code la scelta di fornitori e la storia della mia impresa, che deriva anche dalle relazioni di fiducia tra fornitori e servizi usati. "

Inoltre, spesso per una PMI, le informazioni sono distribuite tra file, email, fornitori e conoscenze non scritte. Finché la complessità resta limitata, questo sistema informale regge. Ma è fragile, e basta poco perché inizi a mostrare i suoi limiti.

Cosa succede quando si prova a costruire un DPP

"Il Digital Product Passport non introduce nuovi problemi. Li rende visibili e smuove meccanismi di scelte, ancora più consapevoli.

Nel momento in cui si cerca di strutturare le informazioni necessarie a un DPP, possono emergere anche incoerenze: ad esempio fornitori che non hanno licenze aggiornate e certificazioni sul materiale aggiornate in tempo reale. Il DPP ha imposto, nel mio caso, una scelta tra fornitori ‘sostenibili’ non solo a parole, ma con certificazioni attuali. Questo per una PMI vuol dire molto: ristabilire e ricostruire una nuova catena di produttori, verso una qualità sempre maggiore." Questo passaggio è spesso scomodo. Ed è proprio per questo che è utile.

Dal racconto alla comprensione del prodotto

Prima di diventare uno strumento di comunicazione, il Digital Product Passport è un esercizio di chiarezza. Costringe a collegare dati, scelte e responsabilità, creando una visione unificata del prodotto.

Quando questa chiarezza esiste, cambia anche il modo di lavorare. Le decisioni sullo sviluppo diventano più rapide, le valutazioni sui fornitori più comparabili, le discussioni su prezzo e posizionamento meno basate sull’intuizione. Il prodotto smette di essere qualcosa che richiede continue spiegazioni interne.

Perché affrontare il DPP prima di crescere

Molte PMI iniziano a occuparsi di tracciabilità solo quando qualcuno dall’esterno lo richiede. A quel punto, il lavoro da fare è molto più complesso e spesso reattivo. "In realtà oggi, non può esistere sostenibilità senza tracciabilità, e non c’è trasparenza senza tracciabilità. Tre concetti altamente connessi, che prima di essere riflesso della politica Europea, sono parole necessarie in tempi di greenwashing, per distinguersi in maniera oggettiva."

Costruire un Digital Product Passport in una fase precedente significa invece creare un’infrastruttura. Non un peso aggiuntivo, ma una base che rende la crescita più gestibile e meno dispersiva.

Il ruolo della tecnologia

Per una piccola impresa, il punto non è accumulare informazioni, ma mantenerle coerenti e utilizzabili nel tempo. Farlo manualmente non è realistico.

La tecnologia giusta non aggiunge un livello in più: diventa un riferimento unico. In questo senso, piattaforme come Renoon hanno valore non come strumento di marketing, ma come sistema strutturato per il prodotto.

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Quando il valore diventa anche esterno

Solo dopo che esiste chiarezza interna, il Digital Product Passport inizia a funzionare davvero anche verso l’esterno. La comunicazione diventa più precisa, meno forzata, più credibile.Guardato in questa prospettiva, il DPP non è una vetrina. È uno specchio.

E per una PMI, capire davvero cosa sta producendo è spesso il primo passo per crescere senza perdere controllo. "Rimane fondamentale e non può essere sconnesso dalle scelte aziendali di trasparenza e tracciabilità, la formazione ed educazione del consumatore finale, che in ultimo è protagonista delle scelte in grado di cambiare il modo di acquistare e quindi di produrre. Senza la consapevolezza nel consumatore finale, senza una adeguata informazione, ad esempio, sulle etichette di composizione,questi sforzi risultano incompleti, se pur fondamentali."

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